Storia di Ruvo in progetto
Preistoria: Fossili, Selci, Caverne, Grotte…
Storia antica: Necropoli, Ricerche archeologiche…
Popolazioni indigene
I Greci
Sanniti e Lucani
I Romani nel Sannio – Irpinia e nella Lucania
Alto Medio Evo: Invasioni: Ostrogoti, Goti, Greco Bizantini, Longobardi, Franche, Normanni –
Svevi,Angioini, Aragonesi
La Chiesa e le organizzazioni ecclesiastiche dal VI al XVI secolo: Basiliani, Benedettini e
Francescani a Ruvo
Università e feudi
I Borboni
La Repubblica partenopea
La Restaurazione. I moti dal 1820 al 1848
L’Unità d’Italia – La questione meridionale
Il Brigantaggio
L’Emigrazione
La grande guerra – L’avvento del Fascismo
Il secondo conflitto mondiale
Il secondo dopoguerra
L’emigrazione
Il Terremoto del 23/11/1980
Ricostruzione
La FIAT a Melfi
Storia antica di Ruvo
La presenza umana nell’ampio bacino del medio Ofanto ha un inizio lontanissimo nel tempo, prima di giungere alla penetrazione umana dall’Oriente apulo verso l’interno appenninico e a quella dalle Alpi, lungo l’Appennino, verso il Meridione d’Italia.Le vicende storiche vissute nell’area di Ruvo, nei secoli prima di Cristo, possono essere ricostruite unicamente sulla base delle notizie fornite dagli scrittori posteriori greci e romani, dai dati della toponomastica e dall’archeologia.
Lontane epoche riportano alla presenza umana nell’area di Ruvo dedita alla lavorazione della selce (roccia sedimentaria composta quasi esclusivamente di silice ), testimoniata dai numerosi manufatti litici del periodo Neolitico: il fiume Ofanto, i torrenti Liento e Bradano, le valli e le sorgenti costituivano condizioni favorevoli alla sopravvivenza dei primi uomini in questo territorio.
Nelle aree interne dell’Appennino, comprese le valli fluviali di Atella e di Ruvo, non si trovano, comunque, tracce della più antica ceramica impressa del Neolitico, giunta nel Meridione d’Italia dal vicino mondo egeo – balcanico e diffusa sulle coste pugliesi e nella valle inferiore dell’Ofanto.
Vi è un Neolitico interno di cui le selci di Ruvo sono testimonianza eloquente: dall’Ofanto fino ai più alti pendii dell’antico sito di Ruvo e della cosiddetta “Montagna” vi sono non solo nuclei di selci, ma veri e propri oggetti funzionali quali arcaiche punte per armi, raschiatoi, coltelli, lame, accette, scalpelli utili alla lavorazione del legno e al trattamento delle pelli.
Pur non facendo uso della terracotta, i Neolitici di Ruvo sapevano lavorare la materia vegetale per costruire le loro capanne, oggetti, strumenti e vasi scavati nel legno per gli usi quotidiani.
Frattanto, intorno all’undicesimo secolo a C., dai Balcani e dall’Illirio giungevano sulle coste della Puglia le genti japige con il nome di Dauni e di Peuceti al Nord ed al Sud dell’Ofanto e di Messapi nell’estrema penisola del Salento. Seguirono gli Enotri, anch’essi di origine Balcanica. E’ l’epoca della nuova ceramica protogeometrica e delle tombe con il defunto appoggiato su di un fianco, in posizione rannicchiata, presenti, in seguito, anche nelle necropoli di Ruvo.
Seguendo la via dell’Ofanto e quella interna parallela, lungo i piedi orientali del Vulture, gruppi umani provenienti dalla Daunia e dalla Peucezia giunsero nel bacino di Atella e in vista del sistema collinare dei Fronti di Ruvo fino al colle Sant’Antonio, le cui necropoli ne attestano la presenza fin dal principio del settimo secolo a.C.
Un secolo più tardi vennero ad insediarsi in maniera stabile e definitiva sul sito di Ruvo anche gruppi umani di cultura Enotria, che convissero con i Dauni; si apriva nello stesso tempo la via di comunicazione con la pianura campana degli Etruschi attraverso l’alta valle dell’Ofanto, il Calore e il corso inferiore del Volturno: evidente testimonianza di nuovi rapporti commerciali è il candelabro di fattura etrusca, raffigurante il mito greco di Cefalo ed Eos, rinvenuto nel corso degli scavi archeologici sul colle Sant’Antonio ed oggi esposto nel Museo Nazionale del Melfese.
Gli scavi archeologici hanno gettato nuova luce sul complesso problema degli insediamenti indigeni della Lucania interna, “Enotria”, rivelando l’esistenza di stretti legami sia con le aree interne più occidentali (Vallo di Diano), sia con la zona del potentino centrale, a sua volta connessa con la Peucezia. Non mancano espliciti riferimenti al mondo greco-coloniale, data la regolare presenza nei corredi di ceramica d’importazione o d’imitazione, e all’ambiente ofantino (cultura di Cairano-Oliveto Citra).
Eccezionalmente favorevole è la posizione del sito di Ruvo sull’itinerario Valle dell’Ofanto – Lucania centrale, lungo valli fluviali e comodi passi, dominati più a est dalla mole del Vulture, naturale confine con la Daunia.
A seguito del movimento migratorio attraverso gli Appennini e della fusione con le genti preesistenti aveva avuto origine la stirpe sannitica verso il VI-V secolo a.C.
I Sanniti, “a Sabinis orti”, cioè discendenti dai Sabini, parlavano la lingua osca e dal V secolo a. C. si espansero attraverso varie migrazioni e occuparono vasti territori dell’Italia centro-meridionale (Molise, Sannio, Irpinia, Alta Lucania, parte dell’Abruzzo, Basso Lazio e Campania fino a Capua), con graduale processo di integrazione e assimilazione.
Nelle narrazioni del “Ver Sacrum” (primavera sacra) leggenda e storia si mescolano per dipingere una delle vicende più affascinanti della storia delle popolazioni italiche degli Osco-Umbro-Sabelli e degli stessi Sanniti: la Primavera Sacra era una ricorrenza rituale celebrata in occasione di calamità o momenti difficili e consisteva nell’offerta agli Dei dei primogeniti nati nella primavera ( dal 1° marzo al 1° giugno ).
Gli animali venivano effettivamente sacrificati, mentre i bambini, giunti all’età dell’adolescenza, venivano fatti migrare per formare una nuova comunità.
Il sistematico saccheggio che ha interessato gran parte delle tombe già nel corso del IV secolo a. C., quando nell’area della necropoli si insedia un abitato, costituisce la prova che i Sanniti, sopraggiunti nel territorio dalla Campania interna, conquistarono il sito di Ruvo con la forza, portando con sé anche il nome, tramandato, in seguito, dagli scrittori latini: “Rufrium” (s.) / “Rufria” (pl.); “Rufra” (s.)/ “Rufrae” (pl.), sul cui significato etimologico si possono superare le interpretazioni discordanti del passato, nella considerazione che l’etimo Rufrium, Rufra ha origine osca, dalla radice “Rufru”=rosso, che sta accanto all’aggettivo latino “Ruber” – “Rubra” – “Rubrum”= rosso, da cui Ruvo, con le evidenti trasformazioni morfologiche proprie della trasmissione linguistica nel tempo. (Segue).


